FEMMINICIDIO

giovedì 30 agosto 2012

Scuola di politica - Forum donne di Rifondazione

Programma


Venerdì 31 agosto

ore 17.00: Apertura dei lavori della scuola con Loredana Marino (segretaria federazione Prc Salerno)
ore 17.20 : La proposta del reddito di autodeterminazione nella crisi capitalistica

con
Giuseppe Allegri (Quinto Stato)
Elisabetta della Corte (Università della Calabria)
Eliana Como (Fiom)
Adriana Miniati (Comitato No Debito)
Francesco Musumeci (Prc Salerno)
Claudia Nigro (Nidil – Esecutivo naz. Gc)
Déspoina Sagganà (Syriza)
Introduce e coordina: Eleonora Forenza



Sabato 1 Settembre

ore 10.00: Diritti negati. La guerra contro il corpo e la libertà delle donne con

Bianca Pomeranzi (Componente commissione esperti CEDAW )
Barbara Spinelli (Giuristi democratici, Bologna)

Unioni civili e nuovi diritti con

Elena Biagini (Facciamo Breccia)
Irene Bregola (Segreteria nazionale Prc)
Elena Coccia (Vice-Presidente Consiglio comunale di Napoli)
Carla Cotti (giornalista)
Anita Sonego (Pres. Comm. Pari Opportunità Comune di Milano)
Introducono e coordinano: Anna d’Ascenzio e Ilaria Bonato

ore 17.00:
Le forme (e la crisi) della politica (populismi, critica della forma partito, patriarcato)

con

Andrea Bagni (Alba)
Maria Grazia Campari (Libera università delle donne)
Giorgio Cremaschi (Portavoce nazionale comitato No Debito)
Eleonora Forenza (Forum donne Prc)
Lidia Menapace (saggista)
Giovanni Russo Spena (Direzione naz. Prc)
Pasquale Voza (università di Bari)
Introduce e coordina: Imma Barbarossa



Domenica 2 settembre, ore 10-13: Assemblea conclusiva

da Paestum a Paestum … discutendo della soggettività politica delle donne oggi.

sabato 4 agosto 2012

Presentato a Ginevra il primo rapporto mondiale sul femminicidio

L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO



di Barbara Spinelli*

Fonte: http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/06/28/lonu-contro-femmicidio-e-femminicidio-nel-mondo/

Qualche giorno fa a Ginevra durante la 20a sessione dei Diritti umani delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, ha presentato il Rapporto sulla violenza di genere in Italia e il Rapporto tematico sul femminicidio, in cui ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. Durante la sua relazione ha chiarito i significati di femmicidio e femminicidio (per chi avesse ancora dubbi su come si nomina l’omicidio di genere) oltrepassando il carattere specificamente culturale, religioso, sociale del fenomeno, affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni. A Ginevra, come relatrice, era presente anche Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio e femmicidio, parte attiva nella Piattaforma Cedaw e del relativo Rapporto Ombra presentato a luglio del 2011 a New York, redattrice del dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità” al seminario promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, e che per noi ha scritto una sintesi di quello che è stato il Rapporto tematico durante la 20a sessione dei Diritti Umani davanti ai Paesi di tutto il mondo, un evento così importante ed epocale perché il primo che viene redatto e illustrato in questi termini. Grazie


Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”. Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito) o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.

Le raccomandazioni

La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza, l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.

La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio

La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente” il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.

Il ruolo della società civile: la storia siamo noi

La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri, ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU ha presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.

Il mio pensiero, nel leggere il Rapporto tematico e nel partecipare ai lavori della sessione, è andato a Barbara, Maria Grazia, Vanessa, Elisa ed a tutte quelle altre di donne di cui conosciamo nomi, volti, ed esecutori, ma soprattutto è andato a tutte quelle che sono scampate alla violenza femminicida, e che passano ogni giorno della loro vita nell’insicurezza, temendo che possa succedere di nuovo, che possa accadere il peggio, con l’amarezza in bocca e quel senso di essere state abbandonate dalle Istituzioni. Queste raccomandazioni sono per voi, e per chi verrà dopo di voi, che possa non provare più questa solitudine, che possa trovare dalle Istituzioni il supporto necessario per vivere in sicurezza una vita libera dalla violenza.


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* Barbara Spinelli, avvocata, fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici e della Piattaforma di ONG “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”, nell’ambito della quale ha coordinato la redazione e scritto il “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia, presentato nel corso della 49ma sessione del Comitato CEDAW, alle Nazioni Unite, nel luglio 2011. E’ autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” (FrancoAngeli, 2008) e di altre pubblicazioni specialistiche sul tema. E’ stata invitata in qualità di esperta al seminario sugli omicidi basati sul genere promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, nell’ambito del quale ha presentato il dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. E’ stata il punto di contatto per gli incontri con la società civile nell’ambito della missione ufficiale in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012. Gestisce i blog femminicidio.blogspot.it e gdcedaw.blogspot.com





lunedì 25 giugno 2012

Oggi all'ONU il primo rapporto sul femminicidio nel mondo

Oggi la Relatrice Speciale contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, presenta a Ginevra, nell'ambito della 20ma sessione del Consiglio sui Diritti Umani dell'ONU, il primo Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, femminicidi e femmicidi.
Inoltre, presenta il Rapporto sulla missione in Italia del gennaio 2012.
L'impegno speso per arrivare fin qui è stato enorme, sia a livello teorico che pratico, e questo rappresenta un risultato estremamente significativo.
Domani posterò gli approfondimenti e tutti i documenti dei lavori, per ora chi vuole può seguire i lavori in diretta qui.

Presenti alla sessione e intervenienti con interventi orali e scritti per la Piattaforma CEDAW Pangea e Giuristi Democratici  e la rete nazionale dei centri antiviolenza Di.re.

La violenza sulle donne: riconoscerla è un diritto umano

Dal Blog del Corriere "La 27ma ora"

Basso tasso di occupazione, basso tasso di reddito e crescente violenza sulle donne. L’Italia non è una paese per donne. L’effetto “titolo” è immediato, non quanto le connessioni tra la violenza e gli stereotipi che ne sono l’origine e la continuazione. Questa volta a sollevare la questione, sottolineando che l’uguaglianza di genere, per legge e di fatto, è l’elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne è l’Onu che sollecita il governo italiano a non sottostimarlo. La richiesta sarà formalizzata oggi a Ginevra durante la 20° sessione del Consiglio per i diritti umani.

Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite, presenta il Rapporto sullo stato della violenza contro le donne in Italia, le cause e conseguenze . Prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli sono i ritardi dell’Italia. Una violazione dei dritti umani? Di fatto, con regole poco chiare, “consente” di giungere a esplosioni di violenza che, come stiamo vedendo in questi mesi, culminano con l’uccisione di donne per il solo fatto di essere donne, il femminicidio di cui si sta occupando anche l’inchiesta della 27ora.

«Dall’inizio degli anni novanta è diminuito il numero di omicidi di uomini su uomini, mentre il numero di donne uccise da uomini è aumentato», ricorda Rashida Manjoo che oggi presenta anche il Rapporto tematico sugli omicidi di donne basati sul genere.

I numeri ormai li conosciamo: una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. il 35% delle vittime non presenta denuncia. 63 le donne uccise da maggio a giugno di quest’anno. Il 13% aveva chiesto aiuto per stalking.

E’ un vero e proprio richiamo quello che il Consiglio per i diritti umani fa al governo italiano sollecitandolo a mettere il problema della violenza sulle donne all’ordine del giorno della politica nazionale. L’allarme che lancia non lascia dubbi:

"La violenza contro le donne rimane un problema significativo in Italia».

Affrontarlo è un «obbligo internazionale». Non a parole. Con leggi e con azioni reali. L’autorevole voce di Rashida Manjoo (ex commissario parlamentare della Commissione sulla parità di genere in Sud Africa, docente Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università di Città del Capo, che ha progettato sistemi e contenuto per affrontare le differenze razziali, oltre che aver insegnato diritti umani ad Harvard) chiede che l’Italia si impegni «a eliminare gli atteggiamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro».

Anche per l’Onu non è sufficiente che le donne restino le “centrocampiste del welfare”, come le definiva Dario Di Vico in un articolo in cui si sottolineava la fatica a conciliare lavoro e famiglia con il carico di lavoro casalingo per il 77% sulle spalle.

«Le donne trasportano un pesante fardello in termini di cura delle famiglie, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi nel mondo», sottolinea il Rapporto. Attraverso un centinaio di punti passa in rassegna storie e dati portati a galla di volta in volta da cronache e statistiche. E mette in relazione l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. Il quadro che disegna è desolante. «In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine», dice nel Rapporto Rashida Manjoo, «persiste la percezione che le risposte dello stato non siano appropriate e sufficienti».

Ed è all’economia che fa appello come strumento di prevenzione. Rimuovere gli ostacoli che incidono sull’occupazione femminile, quelli che permettono la disparità retributiva. E rafforzare il sistema di previdenza sociale per superare i limiti all’integrazione delle donne nel mercato del lavoro. «La situazione economica e politica in Italia non giustifica la mancanza di attenzione e la diminuzione delle risorse per combattere la violenza contro le donne», dice la rappresentante speciale, «particolarmente oggi in un contesto in cui il numero di violenze fondate sul genere sta aumentando».

Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, riconosce Rashida Manjoo. Non sono, però, sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.

«Siamo seriamente preoccupati dalla sottostima del Governo italiano circa gli obblighi internazionali a proteggere le donne sopravvissute alla violenza nelle relazioni di intimità e di prevenire i femminicidi esito di questa violenza», è parte dell’intervento di Barbara Spinelli, dell’Associazione Internazionale Avvocate e Avvocati Democratici, Giuristi Democratici, che ha partecipato ai lavori di preparazione del Rapporto. E che con Simona Lanzoni, coordinatrice della Fondazione Pangea per la Piattaforma 30 anni Cedaw lavori in corso, e Titti Carrano di D.i.Re hanno elaborato il rapporto ombra della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne), di cui si ritrovano numerosi riferimenti nel rapporto di madame Manjoo. Ci sono anche loro, oggi a Ginevra, oltre a un nutrito numero di delegati internazionali dei diritti umani, i rappresentanti del governo italiano. «Come notato dal Comitato CEDAW, in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”», dice Barbara Spinelli, e «“l’alto numero di donne uccise dai propri partner o ex partner (femminicidi) può indicare il fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei propri partner o ex partner».

Ritardi dell’Italia che «Contribuiscono al silenzio delle vittime», dice il Rapporto. E a lasciare che il fenomeno resti invisibile. D’altronde il “diritto” degli uomini a picchiare le donne non è arcaico. È storia dei nostri nonni. Ce ne siamo dimenticate, la legge che lo ha abrogato è solo degli anni Settanta. Trentanni fa a un marito, un padre era consentito picchiare in quanto mezzo per “correggere” il comportamento delle donne, ricorda Ileana Aesso nel Quinto Stato: Storia di donne, legi e conquiste. Dalla tutela alla democrazia paritaria. Glielo riconosceva il codice penale e civile a patto che non ne abusasse. Ma il limite poche volte era stato chiarito lasciando nel dna della società e della cultura italiana l’abuso delle botte e la “disattenzione” ai diritti delle donne.

Creare una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente la questione della parità e la violenza è la prima raccomandazione che Rashida Manjoo rivolge al governo italiano a cui la rappresentante non fa sconti. Un ministero specifico e non una seconda “carica” come quella attribuita a Elsa Fornero, più concentrata sul Ministero del Lavoro che sulle Pari Opportunità. Al governo Monti, il cui obiettivo principale «è concentrarsi sulle riforme strutturali, economiche e del mercato del lavoro, per affrontare la crisi economica nazionale», l’Onu “raccomanda” di «intervenire sulle cause strutturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione». E di intervenire sulla violenza identificandola per esempio nella sua reale entità, riunendo i codici civile e penale, formando i giudici per rafforzare le loro competenze, sostenendo economicamente i centri antiviolenza.

Quella che Manjoo elenca è una lunga serie di “raccomandazioni” che dovrebbero illuminare politiche più attente. « Dovrebbero spingere il governo ad attivarsi al più presto», dice Simona Lanzoni di Pangea. «L’insieme delle raccomandazioni offre un buon impianto al governo per sviluppare una politica reattiva. Tra le più urgenti affinché si riconosca il reale peso e si facciano leggi di conseguenza c’è la raccolta omogenea dei dati. Vitali come l’invito a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli. Avrebbe dovuto essere firmata ad aprile. Ma il governo è silente». Ci sarebbero tutti i pilastri perché le istituzioni insieme alla società civile rielaborassero il Piano nazionale contro la violenza che deve essere fatto entro il 2013. «Non considerare queste urgenze, che ora sono sostenute anche dall’Onu, significa diminuire lo sviluppo del paese». Finché non si considera la violenza sulle donne un costo economico che erode il pil e l’economia, oltre che le’equilibrio della socità, sostiene Simona Lanzoni, l’Italia riuscirà a garantire i diritti solo a metà.

Difficile per una donna che ha subito maltrattamenti in casa tornare al lavoro il giorno dopo. La vergogna di mostrare i segni. Come potrà procurarsi un certificato medico? E quanto tempo impiegherà a tornare ad avere un redito? Come non farla sparire nell’economia sommersa? Anche a queste domande risponde il lungo rapporto, risultato di una missione conoscitiva di Rashida Manjoo, la prima del genere in Italia, durante la quale ha incontrato la corte di Cassazione, rappresentanti dei Tribunali, della polizia di Stato e del corpo dei Carabinieri, visitando pronto soccorso, centri antiviolenza e case rifugio. Oltre ad aver raccolto le testimonianze di donne vittime di violenza e di esponenti di associazioni che sulla dignità, la violenza e il femminicidio lavorano.

«Per la prima volta è stato presentato alle Nazioni Unite un rapporto tematico sul femminicidio, o meglio sugli omicidi basati sul genere, femmicidi e femminicidi», dice Barbara Spinelli. «Si tratta di un evento epocale, che costringe i Governi di tutto il mondo a confrontarsi con la propria responsabilità per quello che Amartya Sen ha definito “il genocidio nascosto”. Nel Rapporto la Relatrice Speciale afferma che culturalmente e socialmente occultate, queste diverse manifestazioni degli omicidi basati sul genere continuano a essere accettate, tollerate o giustificate, e l’impunità è la regola. Con riguardo agli omicidi basati sul genere, è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne». Il Rapporto contiene anche dati sul femminicidio in Italia e in Europa. «Sono estremamente onorata di aver contribuito, unica europea, ai lavori che hanno portato alla stesura di questo Rapporto», conclude Barbara Spinelli rilanciando l’attivismo delle associazioni. Per loro e per la società civile, il Rapporto rafforza idee e azioni. Non si conoscono ancora le reazioni del governo.



venerdì 18 maggio 2012

giovedì 3 maggio 2012

Femminicidi 2012: 54+10

Anche le donne uccise dalla tratta sono vittime di femminicidio

Giro da Isoke Aikpitanyi :

ALL’APPELLO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Mai più complici
MA CHIEDIAMO CHE LE VITTIME DELLA TRATTA NON SIANO DIMENTICATE: DIECI
SONO STATE UCCISE DALL'INIZIO DI QUEST'ANNO

L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo, e sono dieci le “altre” donne uccise nello stesso periodo, donne straniere, clandestine, vittime della tratta, ignorate da tutti, dimenticate anche dalle statistiche e dalle manifestazioni contro tanta violenza. L’ultima vittima si chiama Joy, 20 anni, siciliana (NIGERIANA!) come Vanessa, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale, come Vanessa.
 I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono...
 E’ ora di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e delle “altre” e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà.
E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore.
Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa e di Joy viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.
Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.

Chiediamo alle donne italiane di non dimenticarsi di noi, vittime della tratta, sfruttate sessualmente, uccise, stuprate.



Isoke Aikpitanyi
associazione vitime ed ex vittime della tratta

mercoledì 2 maggio 2012

Perché si chiama femminicidio


di Barbara Spinelli, 30.04.2012

Pubblicato su: http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/#more-4542



Nota introduttiva dell’autrice
Letto l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, e vista la diffusione del termine anche tra i media mainstreaming, ho ritenuto imprescindibile inviare una nota esplicativa sul concetto di femminicidio, pubblicata sul blog del Corriere “La 27ma ora”.
Il neologismo "femminicidio" è sconosciuto ai più ma ha una sua genesi come categoria concettuale politica, criminologica e giuridica.
Le categorie concettuali del femicide e del feminicidio, anche se poco conosciute in Italia, sono accreditate internazionalmente. Vengono utilizzate da criminologi e criminologhe accademici, dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dal Consiglio Europeo.
Dunque, la valenza scientifica di queste categorie non necessiterebbe di una strenua difesa, se solo anche in Italia venisse accettata la rilevanza degli studi di genere non solo negli studi umanistici, ma anche in campo giuridico e criminologico.
Così come non fiorirebbero i commenti che mettono in dubbio i dati riportati, se solo esistessero raccolte di dati ufficiali disaggregati per genere e per categorie riconducibili alla violenza di genere.
Il problema di fondo è che, prima che il termine femminicidio, a livello culturale in Italia si registra una grave difficoltà, sconosciuta ad altri Paesi europei, nel riconoscere la specificità della violenza maschile sulle donne come violenza di genere.
E si fatica a ricondurre alla categoria di violenza di genere manifestazioni diverse di questa violenza: dai matrimoni forzati, ai maltrattamenti in famiglia, alle mutilazioni genitali femminili, alle molestie sessuali sul luogo di lavoro.
E’ evidente che si potrebbe andare oltre e soffermarsi su quali possano essere le soluzioni adeguate al femminicidio in Italia, o nell’analizzare nel dettaglio le cause, ma questo necessiterebbe di altri spazi e linguaggi.
Un particolare va specificato: io sono stata sempre contraria all’introduzione del femminicidio come reato in Italia, così come dell’aggravante di femminicidio, per i motivi, di carattere giuridico, sociologico e politico che ho ampliamente spiegato in varie mie pubblicazioni.
Gli interventi adeguati che dovrebbero essere posti in essere in materia, sono quelli già segnalati come urgenti alle Istituzioni italiane dal Comitato per l'applicazione della CEDAW nel luglio 2011.
Ritengo tuttavia, sotto il profilo della tutela penale, che la legge Mancino andrebbe estesa anche alla discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale. I motivi li spiego ampliamente qui e nel Rapporto Ombra.
Il mio intervento che segue invece ha un taglio divulgativo, che necessariamente semplifica e banalizza molti concetti. Il mio obbiettivo è in via principale ricostruire la storia del concetto di femminicidio e spiegare perché l’ONU parla di femminicidio in relazione all’Italia.
Tuttavia, per chi fosse interessato ad approfondire il tema “femminicidio”, in fondo all'articolo segnalo l'elenco di alcune mie pubblicazioni online e cartacee, oltre ai materiali contenuti nel blog http://femminicidio.blogspot.com  e http://gdcedaw.blogspot.com.


Leggo l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicato oggi sul Corriere.
Concordo con Lei, il termine “femminicidio” suona cacofonico , e molti a sentirlo storcono il naso, perché rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile.
Tuttavia mi sento in dovere di rassicurare l’autrice ed i lettori: il termine femminicidio non nasce per caso, né perché mediaticamente d’impatto, e tantomeno per ansia di precisione.
Dietro questa parola c’è una storia lunga più di venti anni, una storia in cui le protagoniste sono le donne, e ne escono vincitrici.

Varrebbe la pena conoscere questa storia prima di decidere se usare o no il termine femminicidio. Anzi, -questo si per desiderio di precisione - i concetti di femmicidio e femminicidio.

Ero una giovane studentessa di giurisprudenza quando ho sentito per la prima volta questo termine, nel 2006, da un’avvocata messicana, e nutrivo le stesse perplessità.
Che bisogno c’era di un nome nuovo? Sempre di omicidi si trattava. Purtroppo non avevo fonti di informazione italiane su questo strano neologismo, che già alcune associazioni di donne iniziavano a usare (UDI, Donne in nero, Casa delle donne per non subire violenza di Bologna) così decisi di andare a fondo, documentarmi, capire. Rimasi così soggiogata dalla storia celata dietro questa parola, che decisi di raccontarla in un libro, perché tutti potessero conoscere la tenacia delle donne che l’avevano scritta ed i risultati che avevano ottenuto.

Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute).
Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.

Nacque così il termine “femicide” (in italiano “femmicidio” o “femicidio”) per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere, ovvero la maggior parte degli omicidi di donne e bambine. Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle donne uccise dall’AIDS, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute contagiate di AIDS o ammazzate dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche…Se vogliamo tornare indietro nel tempo, stiamo parlando anche di tutte le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo.
Che cosa accomuna tutte queste donne? Secondo la criminologa statunitense Diana Russell , il fatto di essere state uccise “in quanto donne”. La loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte.
Chi ha deciso la loro condanna a morte?
Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe. Diana Russell sostiene che “tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Marcela Lagarde , antropologa messicana, considerata la teorica del femminicidio, sostiene che “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”. Il femminicidio secondo Marcela Lagarde è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé. Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Questo neologismo è salito alla ribalta delle cronache internazionali grazie al film “Bordertown ”, in cui si racconta dei fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate ai margini del deserto, il tutto nel disinteresse delle Istituzioni, con complicità tra politica e forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata, ed attraverso la possibilità di insabbiamento delle indagini esacerbata dalla cultura machista dominante e da leggi che, ad esempio, non prevedevano lo stupro coniugale come reato e prevedevano la non punibilità nei confronti dello stupratore che avesse sposato la donna violata.

Fino a quando -e qui inizia la storia sconosciuta ai più- le donne messicane, attiviste, femministe, accademiche, giornaliste, grazie alla loro attività di denuncia della responsabilità istituzionale per il perdurare di questi crimini, per tutte le violazioni dei diritti umani delle donne che continuavano a restare impuniti, sono riuscite a far eleggere Marcela Lagarde parlamentare. Lei ha fatto costituire e presieduto una Commissione Speciale parlamentare sul femminicidio, che, per un arco temporale di dieci anni, ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni (procure generali, ONG, istituzioni di donne e di statistica, Corte suprema, organizzazioni civili, giornali) verificando che l’85% dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti, e che riguardava non soltanto le donne indigene ma anche studentesse, impiegate, donne di media borghesia. Ogni Stato del Messico è stato mappato: dati ufficiali e dati delle ONG, situazione legislativa, misure adottate per il contrasto alla violenza di genere, numero di progetti sul territorio indirizzati alle donne e di centri antiviolenza.
Il risultato? Hanno verificato che il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento.
E hanno approvato una legge organica sul modello spagnolo, e hanno sancito l’introduzione nei codici penali del reato di femminicidio (scelta infelice quest’ultima per i compromessi nella definizione della fattispecie e che nel tempo non ha prodotto gli esiti sperati).

L’esempio delle donne messicane ha contagiato gli altri Stati latinoamericani: si sono moltiplicate le indagini ufficiali e non ufficiali: “nominare” con il nome di femminicidio, e contare gli atti estremi di violenza di genere ha determinato l’insorgere di una consapevolezza nella società civile e nelle Istituzioni sulla effettiva natura di questi crimini, ciò a sua volta ha reso possibile una maggiore conoscenza del fenomeno attraverso la raccolta di dati statistici e la predisposizione di accurate indagini socio-criminologiche. E l’introduzione di nuove leggi e del reato di femminicidio in molti codici penali: da quello del Messico, Guatemala, Costa Rica, Venezuela, Cile, El Salvador a, più recentemente, Perù e Argentina. Per Messico e Guatemala, l’indicazione di inserire nella legislazione nazionale il femminicidio come reato arrivò direttamente dall’ONU, dal Comitato per l’attuazione della CEDAW (La Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne).

Il progresso latinoamericano nel contrasto alla violenza maschile sulle donne si deve quindi alla determinazione del movimento femminista attivo sui territori e delle associazioni a tutela dei diritti umani, che hanno promosso e utilizzato queste indagini per la propria attività di lobby nei confronti dei Governi, ma anche per evidenziare, sulla base dei dati raccolti, la responsabilità dello Stato nel momento in cui non è in grado di garantire il diritto delle donne all’integrità psicofisica ed a vivere con sicurezza e dignità nella propria comunità, per l’inefficacia dimostrata nel prevenire, perseguire, e punire ogni forma di discriminazione e violenza di genere.

E ci sono riuscite! Grazie alla tenacia delle donne messicane (e, tra queste, ricordiamo Marisela Ortiz , che ha ottenuto la cittadinanza onoraria nelle città di Genova e Torino, nonché Luz Estela Castro , l’avvocata che conobbi nel 2006 e che suscitò in me questa passione) il 10.12.2009 (giorno in cui ricorre l’anniversario della firma della Dichiarazione universale sui diritti umani) il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana per i diritti umani per i femminicidi avvenuti sul suo territorio. La Corte interamericana per i diritti umani ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte di tre giovani donne, i cui corpi furono ritrovati in un campo di cotone nei pressi di Ciudad Juarez. Nella sentenza si riconosce che i casi individuali di queste tre ragazze erano emblematici di una situazione generale, e che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani sulla base del genere di appartenenza della quale è responsabile lo Stato messicano.
La sentenza “Campo Algodonero” è storica non solo perché per la prima volta riconosce una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere e quale violazione dei diritti umani, ma anche perché è stata emessa quando, per la prima volta nella storia della Corte interamericana, a presiedere l’organo giudicante era una donna, la magistrata Cecilia Medina Quiroga (sarà un caso :-)?).
Il Messico è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, alla integrità psicofisica, alla libertà delle tre vittime, per aver posto in essere indagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti a tutte le Persone, che in questo caso sono stati ritenuti violati nei loro confronti in quanto donne.

Direte voi: ma si tratta di una peculiarità latino-americana. Non è così: la Corte interamericana infatti nella motivazione della sentenza richiama il caso Opuz , deciso pochi mesi prima davanti alla Corte Europea dei diritti umani, che aveva condannato la Turchia per non essere stata in grado di proteggere adeguatamente la signora Opuz dalla violenza perpetrata nei confronti suoi e della figlia da parte del marito.

Quando si parla di femminicidio, si parla di tutto questo: di donne e uomini coraggiosi nella denuncia di una cultura che odia le donne e di una politica inerte, inadeguata nelle reazioni. Giornalisti coraggiosi e attiviste che hanno pagato con la vita la scelta di informare e denunciare le violazioni dei diritti delle donne che avvenivano nei loro Paesi.

Si parla di donne che da vittime si sono trasformate in soggetti politici artefici del cambiamento della realtà nel loro Paese.

Forse vale la pena conoscere questa storia, appassionarsi a questi volti, a queste battaglie, prima di decidere se chiamare o no, le nostre donne assassinate, femminicidi.

E forse vale la pena sapere che la maggior parte dei Paesi latinoamericani ad oggi dispone di Osservatori, e di raccolte che consentono di avere dati disaggregati per genere, se invece noi possiamo contare il numero dei femminicidi è solo grazie alle volontarie della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna , che dal 2005 li raccoglie a partire dalle notizie fornite dalla stampa.

Non esiste infatti una raccolta ufficiale dei dati sugli omicidi che li cataloghi sulla base del genere. Ed infatti quando il 14 luglio 2011 il Comitato CEDAW ha fatto richiesta all’Italia di fornire i dati sui femminicidi il Governo italiano non è stato in grado di fornire tempestivamente questa risposta, semplicemente perché quei dati non erano mai stati raccolti.

Anche l’Unione Europea ha riconosciuto che il femminicidio riguarda tutti gli Stati del mondo, non solo quelli latinoamericani, quindi dovremmo abituarci all’idea di convivere con questo termine, anche se può suonare cacofonico.

Ma la storia del femminicidio riguarda noi italiane molto da vicino rispetto ad altre donne europee: il nostro legame con le attiviste messicane è di lunga data e, insieme alle spagnole, siamo state tra le prime ad informare sul percorso delle donne latinoamericane, ad invitarle in Europa per raccontare la loro esperienza e le loro difficoltà.

Facendo un uso politico di questa categoria socio-criminologica, qualcosa (di grande) lo abbiamo ottenuto.

I tempi sono stati lunghissimi, quasi dieci anni di ritardo, ma un primo risultato è arrivato, ed è arrivato utilizzando lo stesso “metodo” delle amiche messicane: rivendicando che la violenza maschile sulle donne è una violazione dei diritti umani e che spetta alle Istituzioni attivarsi per prevenire il femminicidio, attraverso un’azione di carattere culturale e un’adeguata protezione delle donne che scelgono di uscire da tutte le forme di violenza (dalla tratta alla violenza domestica).

Nel luglio 2011 numerosissime donne e associazioni (tra cui la rete nazionale dei centri antiviolenza, D.i.RE), riunite nella Piattaforma italiana  “30 anni di CEDAW: Lavori in corsa” hanno contribuito a fornire le informazioni necessarie alla stesura del Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia, del quale io ho coordinato la stesura.

E’ stata una scelta politica, nata in particolare dall’impegno personale mio e di Anna Pramstrahler e Cristina Karadole della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, curatrici per molti anni della raccolta dei dati sui femmicidi in Italia ) quella di inserire nel Rapporto Ombra, oltre a un capitolo che fotografava le incongruenze nelle politiche e nell’applicazione delle leggi esistenti in materia di violenza maschile sulle donne, l’aggiunta di un capitolo specifico sul femminicidio, proprio per dare un nome a questa realtà in aumento nel nostro Paese, nonostante il calo generale degli omicidio donne, ed evidenziarne le peculiarità.

I numeri del femminicidio in Italia? Se nel 2006 su 181 omicidi di donne 101 erano femmicidi, nel 2010 su 151 omicidi di donne 127 erano femmicidi.
Un dato ci pone in classifica dietro al Messico: se là il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento, qui invece una ricerca condotta da Baldry ha evidenziato che più del 70% delle vittime di femminicidio era già nota per avere contattato le forze dell’ordine, ovvero per aver denunciato, o per aver esposto la propria situazione ai servizi sociali.
Un dato che ci accomuna agli altri Paesi europei: le ricerche criminologiche dimostrano che su 10 femmicidi, 7/8 sono in media preceduta da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità.
Cioè l’uccisione della donna non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico.
E oltre alle uccisioni di donne dobbiamo tenere in considerazioni il numero di suicidi da parte di donne vittime di violenza domestica: uno studio europeo del 2006 indicava una media 7 femminicidi conseguenza di pregressa violenza domestica al giorno nei 27 Stati europei.
Secondo questa ricerca, nel 2006 in Europa 3413 persone sono morte in conseguenza della violenza domestica subita: di questi, 1409 erano donne uccise dai partner o ex partner violenti (femminicidi), 1010 erano le donne che avevano scelto il suicidio a seguito della violenza domestica subita, 272 le donne che avevano ucciso i mariti violenti, 186 gli omicidi collaterali (padre che uccide i figli e la moglie, oppure persone accorse in soccorso e uccise per errore), 536 gli uomini che dopo aver ucciso la donna su cui avevano esercitato violenza si erano uccisi.

Un quadro devastante.

Aggravato dall’assenza di dati europei aggiornati, e dall’assenza di dati sull’Italia relativi al suicidio: nonostante una recente ricerca ISTAT sul suicidio, il movente della violenza intrafamigliare subita non è stato tenuto in considerazione, purtroppo.

La nostra scelta di dare un nome a questa realtà, ed i dati esposti devono avere impressionato il Comitato CEDAW, che infatti nelle Raccomandazioni all’Italia si è detto “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.

E’ la prima volta che il Comitato CEDAW parla di femminicidio in relazione a un paese non latinoamericano, e che riscontra la probabile inadeguatezza delle azioni poste in essere per proteggere le donne dalla violenza.

E’ emblematico che all’Italia non sia stato chiesto di introdurre il reato di femminicidio, come è stato chiesto a Messico e Guatemala: qui da noi il problema è culturale, e si ripercuote sull’efficacia dell’azione istituzionale.

Il Comitato CEDAW ha evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”: forse è da qui che bisogna ripartire per contrastare il femminicidio. Da una cultura dell’ascolto della vittima. Dal ri-conoscimento che il femminicidio, lo stalking, i maltrattamenti, oltre alla violenza sessuale, sono forme di violenza di genere, rivolta contro le donne in quanto donne. Partire da qui, per raccogliere i dati secondo un’ottica di genere, per capire se davvero le donne che chiedono aiuto vengono protette, o se invece mancano i posti letto per accoglierle perché i fondi sono insufficienti e le case rifugio chiudono, o se le donne vengono male informate e magari pensano che se non denunciano non possono avere protezione perché nessuno le ha informate dell’esistenza degli ordini di allontanamento civili, che consentono anche l’eventuale mantenimento oltre all’allontanamento del coniuge violento, o se le leggi esistenti vengono male applicate, o se il rischio di rivittimizzazione viene inadeguatamente valutato, perché magari mancavano i fondi per garantire una formazione specifica degli operatori professionali, e dunque più facilmente prevaleva il pregiudizio del singolo operatore rispetto alla conoscenza del fenomeno.

Inutile dire che i passi avanti in questi anni ci sono stati e l’attenzione alla formazione e alla protezione delle donne che decidono di uscire da situazioni di violenza è sempre maggiore: tuttavia ancora troppe donne vengono ammazzate perché manca una reazione collettiva e sentita a una cultura assassina, che riporta in auge pregiudizi e stereotipi antichissimi, legati alla virilità, all’onore, al ruolo di uomini e donne nella coppia e nella società.


Per sconfiggere la cultura patriarcale occorre una presa di posizione netta da parte di tutti i politici ed i personaggi pubblici, ed una collaborazione fortissima con la società civile: chiede infatti il Comitato CEDAW alle Istituzioni, tra le altre misure, di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile, e divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne”.

Nel 2008, nell’introduzione al mio libro scrivevo “Il mio obbiettivo è ricostruire la storia del percorso di rivendicazione dei diritti delle donne incentrato sul concetto di femminicidio, e farla conoscere in Italia: questo per evitare che si parli di femminicidio in maniera acritica, ignorandone la storia, facendone l’ennesimo slogan politico passeggero, vuoto di contenuti forti, veicolo della cultura dell’emergenza”.

L’obbiettivo resta da raggiungere, ma le voci per raggiungerlo si sono moltiplicate, e questo non può che essere un bene.

Si pone poi un altro obbiettivo, ancora più cogente: Che fare? Che fare per fermare i femminicidi? Che fare per proteggere le sopravvissute al femminicidio, e dare loro giustizia?

Le indicazioni provenienti dalle Nazioni Unite sono estremamente chiare (e invito tutti a leggerle), ed altre ne arriveranno a giugno dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, che è stata in visita a gennaio nel nostro Paese ed ha avuto modo di parlare direttamente con operatrici, forze dell’ordine, magistrati, donne sopravvissute al femminicidio, famigliari di donne uccise.

La Relatrice ufficiale ha concluso la sua visita in Italia affermando che “Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali".

Vale la pena elaborare un progetto comune a partire da queste indicazioni, per non svuotare le parole del loro significato e le azioni del loro scopo.
Per non parlare di femminicidio con troppo leggerezza. Per riempire di significato anche parole come “pari opportunità” che altrimenti suonano vuote e, dalla soppressione della figura di Ministra, suonano anche lontane nel tempo.
E allora torniamo a ribadire la necessità di azioni rivolte a garantire in concreto alle donne, in quanto donne, il godimento dei loro diritti fondamentali, primo tra tutti il diritto alla vita, ed a una vita libera da qualsiasi forma di violenza. In questo senso, le pari opportunità si costruiscono insieme, altrimenti la disinformazione annulla i benefici derivanti dalle politiche intraprese; così come i servizi, la professionalità offerta dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza, dal volontariato, vengono vanificati se non possono essere portati avanti nel tempo per il mancato finanziamento da parte delle Istituzioni. E’ un cane che si morde la coda.
In questi giorni di tagli, forse vale la pena ricordare proprio le parole della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo: "L'attuale situazione politica ed economica dell'Italia non puo' essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese".

Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui ed oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale, ed in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.
I diritti infatti vivono solo là dove vengono reclamati in quanto tali, altrimenti restano destinati al mero riconoscimento formale, sulla carta.
Così è stato in passato per la CEDAW, e per le raccomandazioni del Comitato all’Italia: se non fosse stato per il nostro diretto interessamento, neppure sarebbero state tradotte in italiano e pubblicate online.
E allora il nostro ruolo è fondamentale per far si' che la violenza contro le donne rimanga tra le priorita' dell'agenda nazionale.

Parlare di femminicidio e richiamare le linee guida internazionali in materia, e le raccomandazioni all’Italia, è utile per evitare che, ottenebrati dalla logica dell’emergenza, si guardi il dito che indica la luna, e si perda di vista la luna.

PUBBLICAZIONI CARTACEE

·B. Spinelli, “FEMMINICIDIO. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” , prefazione di Patrizia Romito, FrancoAngeli editore, 2008.

· B. Spinelli, “Femicide e feminicidio: nuove prospettive per una lettura gender oriented dei crimini contro donne e lesbiche” nella rivista criminologica “Questione criminale”, Carocci, novembre 2008.

· B. Spinelli "Persecuzione per motivi di genere e protezione internazionale: l’ostacolo della sudditanza nella giurisprudenza della Suprema Corte" in “Diritto immigrazione cittadinanza” Franco Angeli, n. 2/2009.

· “Maschi perché uccidete le donne? Il femminicidio non è un fatto privato, riguarda l’intera collettività”, in “Mia per sempre. Femminicidio e violenza sulle donne”, AA.VV. - A cura di G. Salvatore, Franco Angeli, 2011.

· “Il riconoscimento giuridico dei concetti di femmicidio e femminicidio”, in “Femicidio: dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere” Regione Emilia Romagna – Assessorato Promozione Politiche Sociali, A cura di C. Karadole e A. Pramstrahler, 2011.

· B. Spinelli et al., Piattaforma italiana “Lavori in corsa – 30 anni di CEDAW”, “Shadow Report submitted by the Italian platform “30 years CEDAW: work in progress” with reference to the 6th periodic report on the implementation of the CEDAW Convention submitted by the Italian Government in 2009”, published online
 “Rapporto Ombra presentato dalla Piattaforma italiana Lavori in corsa – 30 anni di CEDAW”, con riferimento al sesto rapporto periodico sull’implementazione della CEDAW presentato dal Governo italiano nel 2009”, pubblicato in italiano qui: http://www.scribd.com/doc/59537526/Rapporto-ombra-ITA

PUBBLICAZIONI ONLINE

· B. Spinelli,“Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di genere.” Dossier pubblicato in http://www.giuristidemocratici.it/post/20061005165857/post_html  (2006).

· B. Spinelli, Dossier sulla violenza di genere (1. Osservazioni preliminari sulla violenza di genere 2. Considerazioni a margine del ddl 2169 3. Proposte di emendamenti al ddl 2169 4. Traduzione in italiano delle raccomandazioni al governo italiano da parte del comitato per l'applicazione della CEDAW ) pubblicato su http://www.giuristidemocratici.it/post/20070627101134/post_html  (2007).

 B. Spinelli, Giuristi Democratici parte civile in un caso di femminicidio (2008) http://www.giuristidemocratici.it/post/20080319194017/post_html  

· B. Spinelli, Atti persecutori, un primo passo verso la prevenzione del femminicidio. Pubblicato su http://www.giuristidemocratici.it/post/20081122102323/post_html  (2009).

· B. Spinelli, Cedaw e violenza di genere: dal locale al globale. Intervento di Barbara Spinelli al convegno “Cedaw e violenza di genere in una prospettiva internazionale, esperienze a confronto”. Pubblicato su: www.pangea.org , http://gdcedaw.blogspot.com/2010/02/cedaw-e-violenza-di-genere-dal-locale.html  (2009)

· B. Spinelli “Un’analisi sulla violenza di genere in Italia alla luce delle Raccomandazioni del Comitato CEDAW”, negli atti del Convegno internazionale “Pari Opportunità e eguaglianza di genere: esperienze in Italia e in Turchia”.Attualmente leggibile online: http://femminicidio.blogspot.com/2010/07/il-femminicidio-e-una-violenza-dei.html  (2010)

· B. Spinelli “Stereotipi, pregiudizi, diritti e democrazia. Per una critica di genere del diritto e della politica”. Disponibile online su: http://www.scribd.com/doc/88932505/Per-Una-Critica-Di-Genere-Del-Diritto-e-Della-Politica  (2011)

· B. Spinelli, Il riconoscimento giuridico dei concetti di femmicidio e femminicidio, in AA.VV. “Femicidio: dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere” Regione Emilia Romagna – Assessorato Promozione Politiche Sociali, A cura di C. Karadole e A. Pramstrahler, 2011. http://www.scribd.com/doc/73304535/SPINELLI-BARBARA-il-riconoscimento-giuridico-dei-concetti-di-femmicidio-e-femminicidio