FEMMINICIDIO

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mercoledì 2 maggio 2012

Perché si chiama femminicidio


di Barbara Spinelli, 30.04.2012

Pubblicato su: http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/#more-4542



Nota introduttiva dell’autrice
Letto l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, e vista la diffusione del termine anche tra i media mainstreaming, ho ritenuto imprescindibile inviare una nota esplicativa sul concetto di femminicidio, pubblicata sul blog del Corriere “La 27ma ora”.
Il neologismo "femminicidio" è sconosciuto ai più ma ha una sua genesi come categoria concettuale politica, criminologica e giuridica.
Le categorie concettuali del femicide e del feminicidio, anche se poco conosciute in Italia, sono accreditate internazionalmente. Vengono utilizzate da criminologi e criminologhe accademici, dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dal Consiglio Europeo.
Dunque, la valenza scientifica di queste categorie non necessiterebbe di una strenua difesa, se solo anche in Italia venisse accettata la rilevanza degli studi di genere non solo negli studi umanistici, ma anche in campo giuridico e criminologico.
Così come non fiorirebbero i commenti che mettono in dubbio i dati riportati, se solo esistessero raccolte di dati ufficiali disaggregati per genere e per categorie riconducibili alla violenza di genere.
Il problema di fondo è che, prima che il termine femminicidio, a livello culturale in Italia si registra una grave difficoltà, sconosciuta ad altri Paesi europei, nel riconoscere la specificità della violenza maschile sulle donne come violenza di genere.
E si fatica a ricondurre alla categoria di violenza di genere manifestazioni diverse di questa violenza: dai matrimoni forzati, ai maltrattamenti in famiglia, alle mutilazioni genitali femminili, alle molestie sessuali sul luogo di lavoro.
E’ evidente che si potrebbe andare oltre e soffermarsi su quali possano essere le soluzioni adeguate al femminicidio in Italia, o nell’analizzare nel dettaglio le cause, ma questo necessiterebbe di altri spazi e linguaggi.
Un particolare va specificato: io sono stata sempre contraria all’introduzione del femminicidio come reato in Italia, così come dell’aggravante di femminicidio, per i motivi, di carattere giuridico, sociologico e politico che ho ampliamente spiegato in varie mie pubblicazioni.
Gli interventi adeguati che dovrebbero essere posti in essere in materia, sono quelli già segnalati come urgenti alle Istituzioni italiane dal Comitato per l'applicazione della CEDAW nel luglio 2011.
Ritengo tuttavia, sotto il profilo della tutela penale, che la legge Mancino andrebbe estesa anche alla discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale. I motivi li spiego ampliamente qui e nel Rapporto Ombra.
Il mio intervento che segue invece ha un taglio divulgativo, che necessariamente semplifica e banalizza molti concetti. Il mio obbiettivo è in via principale ricostruire la storia del concetto di femminicidio e spiegare perché l’ONU parla di femminicidio in relazione all’Italia.
Tuttavia, per chi fosse interessato ad approfondire il tema “femminicidio”, in fondo all'articolo segnalo l'elenco di alcune mie pubblicazioni online e cartacee, oltre ai materiali contenuti nel blog http://femminicidio.blogspot.com  e http://gdcedaw.blogspot.com.


Leggo l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicato oggi sul Corriere.
Concordo con Lei, il termine “femminicidio” suona cacofonico , e molti a sentirlo storcono il naso, perché rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile.
Tuttavia mi sento in dovere di rassicurare l’autrice ed i lettori: il termine femminicidio non nasce per caso, né perché mediaticamente d’impatto, e tantomeno per ansia di precisione.
Dietro questa parola c’è una storia lunga più di venti anni, una storia in cui le protagoniste sono le donne, e ne escono vincitrici.

Varrebbe la pena conoscere questa storia prima di decidere se usare o no il termine femminicidio. Anzi, -questo si per desiderio di precisione - i concetti di femmicidio e femminicidio.

Ero una giovane studentessa di giurisprudenza quando ho sentito per la prima volta questo termine, nel 2006, da un’avvocata messicana, e nutrivo le stesse perplessità.
Che bisogno c’era di un nome nuovo? Sempre di omicidi si trattava. Purtroppo non avevo fonti di informazione italiane su questo strano neologismo, che già alcune associazioni di donne iniziavano a usare (UDI, Donne in nero, Casa delle donne per non subire violenza di Bologna) così decisi di andare a fondo, documentarmi, capire. Rimasi così soggiogata dalla storia celata dietro questa parola, che decisi di raccontarla in un libro, perché tutti potessero conoscere la tenacia delle donne che l’avevano scritta ed i risultati che avevano ottenuto.

Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute).
Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.

Nacque così il termine “femicide” (in italiano “femmicidio” o “femicidio”) per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere, ovvero la maggior parte degli omicidi di donne e bambine. Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle donne uccise dall’AIDS, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute contagiate di AIDS o ammazzate dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche…Se vogliamo tornare indietro nel tempo, stiamo parlando anche di tutte le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo.
Che cosa accomuna tutte queste donne? Secondo la criminologa statunitense Diana Russell , il fatto di essere state uccise “in quanto donne”. La loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte.
Chi ha deciso la loro condanna a morte?
Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe. Diana Russell sostiene che “tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Marcela Lagarde , antropologa messicana, considerata la teorica del femminicidio, sostiene che “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”. Il femminicidio secondo Marcela Lagarde è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé. Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Questo neologismo è salito alla ribalta delle cronache internazionali grazie al film “Bordertown ”, in cui si racconta dei fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate ai margini del deserto, il tutto nel disinteresse delle Istituzioni, con complicità tra politica e forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata, ed attraverso la possibilità di insabbiamento delle indagini esacerbata dalla cultura machista dominante e da leggi che, ad esempio, non prevedevano lo stupro coniugale come reato e prevedevano la non punibilità nei confronti dello stupratore che avesse sposato la donna violata.

Fino a quando -e qui inizia la storia sconosciuta ai più- le donne messicane, attiviste, femministe, accademiche, giornaliste, grazie alla loro attività di denuncia della responsabilità istituzionale per il perdurare di questi crimini, per tutte le violazioni dei diritti umani delle donne che continuavano a restare impuniti, sono riuscite a far eleggere Marcela Lagarde parlamentare. Lei ha fatto costituire e presieduto una Commissione Speciale parlamentare sul femminicidio, che, per un arco temporale di dieci anni, ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni (procure generali, ONG, istituzioni di donne e di statistica, Corte suprema, organizzazioni civili, giornali) verificando che l’85% dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti, e che riguardava non soltanto le donne indigene ma anche studentesse, impiegate, donne di media borghesia. Ogni Stato del Messico è stato mappato: dati ufficiali e dati delle ONG, situazione legislativa, misure adottate per il contrasto alla violenza di genere, numero di progetti sul territorio indirizzati alle donne e di centri antiviolenza.
Il risultato? Hanno verificato che il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento.
E hanno approvato una legge organica sul modello spagnolo, e hanno sancito l’introduzione nei codici penali del reato di femminicidio (scelta infelice quest’ultima per i compromessi nella definizione della fattispecie e che nel tempo non ha prodotto gli esiti sperati).

L’esempio delle donne messicane ha contagiato gli altri Stati latinoamericani: si sono moltiplicate le indagini ufficiali e non ufficiali: “nominare” con il nome di femminicidio, e contare gli atti estremi di violenza di genere ha determinato l’insorgere di una consapevolezza nella società civile e nelle Istituzioni sulla effettiva natura di questi crimini, ciò a sua volta ha reso possibile una maggiore conoscenza del fenomeno attraverso la raccolta di dati statistici e la predisposizione di accurate indagini socio-criminologiche. E l’introduzione di nuove leggi e del reato di femminicidio in molti codici penali: da quello del Messico, Guatemala, Costa Rica, Venezuela, Cile, El Salvador a, più recentemente, Perù e Argentina. Per Messico e Guatemala, l’indicazione di inserire nella legislazione nazionale il femminicidio come reato arrivò direttamente dall’ONU, dal Comitato per l’attuazione della CEDAW (La Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne).

Il progresso latinoamericano nel contrasto alla violenza maschile sulle donne si deve quindi alla determinazione del movimento femminista attivo sui territori e delle associazioni a tutela dei diritti umani, che hanno promosso e utilizzato queste indagini per la propria attività di lobby nei confronti dei Governi, ma anche per evidenziare, sulla base dei dati raccolti, la responsabilità dello Stato nel momento in cui non è in grado di garantire il diritto delle donne all’integrità psicofisica ed a vivere con sicurezza e dignità nella propria comunità, per l’inefficacia dimostrata nel prevenire, perseguire, e punire ogni forma di discriminazione e violenza di genere.

E ci sono riuscite! Grazie alla tenacia delle donne messicane (e, tra queste, ricordiamo Marisela Ortiz , che ha ottenuto la cittadinanza onoraria nelle città di Genova e Torino, nonché Luz Estela Castro , l’avvocata che conobbi nel 2006 e che suscitò in me questa passione) il 10.12.2009 (giorno in cui ricorre l’anniversario della firma della Dichiarazione universale sui diritti umani) il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana per i diritti umani per i femminicidi avvenuti sul suo territorio. La Corte interamericana per i diritti umani ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte di tre giovani donne, i cui corpi furono ritrovati in un campo di cotone nei pressi di Ciudad Juarez. Nella sentenza si riconosce che i casi individuali di queste tre ragazze erano emblematici di una situazione generale, e che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani sulla base del genere di appartenenza della quale è responsabile lo Stato messicano.
La sentenza “Campo Algodonero” è storica non solo perché per la prima volta riconosce una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere e quale violazione dei diritti umani, ma anche perché è stata emessa quando, per la prima volta nella storia della Corte interamericana, a presiedere l’organo giudicante era una donna, la magistrata Cecilia Medina Quiroga (sarà un caso :-)?).
Il Messico è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, alla integrità psicofisica, alla libertà delle tre vittime, per aver posto in essere indagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti a tutte le Persone, che in questo caso sono stati ritenuti violati nei loro confronti in quanto donne.

Direte voi: ma si tratta di una peculiarità latino-americana. Non è così: la Corte interamericana infatti nella motivazione della sentenza richiama il caso Opuz , deciso pochi mesi prima davanti alla Corte Europea dei diritti umani, che aveva condannato la Turchia per non essere stata in grado di proteggere adeguatamente la signora Opuz dalla violenza perpetrata nei confronti suoi e della figlia da parte del marito.

Quando si parla di femminicidio, si parla di tutto questo: di donne e uomini coraggiosi nella denuncia di una cultura che odia le donne e di una politica inerte, inadeguata nelle reazioni. Giornalisti coraggiosi e attiviste che hanno pagato con la vita la scelta di informare e denunciare le violazioni dei diritti delle donne che avvenivano nei loro Paesi.

Si parla di donne che da vittime si sono trasformate in soggetti politici artefici del cambiamento della realtà nel loro Paese.

Forse vale la pena conoscere questa storia, appassionarsi a questi volti, a queste battaglie, prima di decidere se chiamare o no, le nostre donne assassinate, femminicidi.

E forse vale la pena sapere che la maggior parte dei Paesi latinoamericani ad oggi dispone di Osservatori, e di raccolte che consentono di avere dati disaggregati per genere, se invece noi possiamo contare il numero dei femminicidi è solo grazie alle volontarie della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna , che dal 2005 li raccoglie a partire dalle notizie fornite dalla stampa.

Non esiste infatti una raccolta ufficiale dei dati sugli omicidi che li cataloghi sulla base del genere. Ed infatti quando il 14 luglio 2011 il Comitato CEDAW ha fatto richiesta all’Italia di fornire i dati sui femminicidi il Governo italiano non è stato in grado di fornire tempestivamente questa risposta, semplicemente perché quei dati non erano mai stati raccolti.

Anche l’Unione Europea ha riconosciuto che il femminicidio riguarda tutti gli Stati del mondo, non solo quelli latinoamericani, quindi dovremmo abituarci all’idea di convivere con questo termine, anche se può suonare cacofonico.

Ma la storia del femminicidio riguarda noi italiane molto da vicino rispetto ad altre donne europee: il nostro legame con le attiviste messicane è di lunga data e, insieme alle spagnole, siamo state tra le prime ad informare sul percorso delle donne latinoamericane, ad invitarle in Europa per raccontare la loro esperienza e le loro difficoltà.

Facendo un uso politico di questa categoria socio-criminologica, qualcosa (di grande) lo abbiamo ottenuto.

I tempi sono stati lunghissimi, quasi dieci anni di ritardo, ma un primo risultato è arrivato, ed è arrivato utilizzando lo stesso “metodo” delle amiche messicane: rivendicando che la violenza maschile sulle donne è una violazione dei diritti umani e che spetta alle Istituzioni attivarsi per prevenire il femminicidio, attraverso un’azione di carattere culturale e un’adeguata protezione delle donne che scelgono di uscire da tutte le forme di violenza (dalla tratta alla violenza domestica).

Nel luglio 2011 numerosissime donne e associazioni (tra cui la rete nazionale dei centri antiviolenza, D.i.RE), riunite nella Piattaforma italiana  “30 anni di CEDAW: Lavori in corsa” hanno contribuito a fornire le informazioni necessarie alla stesura del Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia, del quale io ho coordinato la stesura.

E’ stata una scelta politica, nata in particolare dall’impegno personale mio e di Anna Pramstrahler e Cristina Karadole della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, curatrici per molti anni della raccolta dei dati sui femmicidi in Italia ) quella di inserire nel Rapporto Ombra, oltre a un capitolo che fotografava le incongruenze nelle politiche e nell’applicazione delle leggi esistenti in materia di violenza maschile sulle donne, l’aggiunta di un capitolo specifico sul femminicidio, proprio per dare un nome a questa realtà in aumento nel nostro Paese, nonostante il calo generale degli omicidio donne, ed evidenziarne le peculiarità.

I numeri del femminicidio in Italia? Se nel 2006 su 181 omicidi di donne 101 erano femmicidi, nel 2010 su 151 omicidi di donne 127 erano femmicidi.
Un dato ci pone in classifica dietro al Messico: se là il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento, qui invece una ricerca condotta da Baldry ha evidenziato che più del 70% delle vittime di femminicidio era già nota per avere contattato le forze dell’ordine, ovvero per aver denunciato, o per aver esposto la propria situazione ai servizi sociali.
Un dato che ci accomuna agli altri Paesi europei: le ricerche criminologiche dimostrano che su 10 femmicidi, 7/8 sono in media preceduta da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità.
Cioè l’uccisione della donna non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico.
E oltre alle uccisioni di donne dobbiamo tenere in considerazioni il numero di suicidi da parte di donne vittime di violenza domestica: uno studio europeo del 2006 indicava una media 7 femminicidi conseguenza di pregressa violenza domestica al giorno nei 27 Stati europei.
Secondo questa ricerca, nel 2006 in Europa 3413 persone sono morte in conseguenza della violenza domestica subita: di questi, 1409 erano donne uccise dai partner o ex partner violenti (femminicidi), 1010 erano le donne che avevano scelto il suicidio a seguito della violenza domestica subita, 272 le donne che avevano ucciso i mariti violenti, 186 gli omicidi collaterali (padre che uccide i figli e la moglie, oppure persone accorse in soccorso e uccise per errore), 536 gli uomini che dopo aver ucciso la donna su cui avevano esercitato violenza si erano uccisi.

Un quadro devastante.

Aggravato dall’assenza di dati europei aggiornati, e dall’assenza di dati sull’Italia relativi al suicidio: nonostante una recente ricerca ISTAT sul suicidio, il movente della violenza intrafamigliare subita non è stato tenuto in considerazione, purtroppo.

La nostra scelta di dare un nome a questa realtà, ed i dati esposti devono avere impressionato il Comitato CEDAW, che infatti nelle Raccomandazioni all’Italia si è detto “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.

E’ la prima volta che il Comitato CEDAW parla di femminicidio in relazione a un paese non latinoamericano, e che riscontra la probabile inadeguatezza delle azioni poste in essere per proteggere le donne dalla violenza.

E’ emblematico che all’Italia non sia stato chiesto di introdurre il reato di femminicidio, come è stato chiesto a Messico e Guatemala: qui da noi il problema è culturale, e si ripercuote sull’efficacia dell’azione istituzionale.

Il Comitato CEDAW ha evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”: forse è da qui che bisogna ripartire per contrastare il femminicidio. Da una cultura dell’ascolto della vittima. Dal ri-conoscimento che il femminicidio, lo stalking, i maltrattamenti, oltre alla violenza sessuale, sono forme di violenza di genere, rivolta contro le donne in quanto donne. Partire da qui, per raccogliere i dati secondo un’ottica di genere, per capire se davvero le donne che chiedono aiuto vengono protette, o se invece mancano i posti letto per accoglierle perché i fondi sono insufficienti e le case rifugio chiudono, o se le donne vengono male informate e magari pensano che se non denunciano non possono avere protezione perché nessuno le ha informate dell’esistenza degli ordini di allontanamento civili, che consentono anche l’eventuale mantenimento oltre all’allontanamento del coniuge violento, o se le leggi esistenti vengono male applicate, o se il rischio di rivittimizzazione viene inadeguatamente valutato, perché magari mancavano i fondi per garantire una formazione specifica degli operatori professionali, e dunque più facilmente prevaleva il pregiudizio del singolo operatore rispetto alla conoscenza del fenomeno.

Inutile dire che i passi avanti in questi anni ci sono stati e l’attenzione alla formazione e alla protezione delle donne che decidono di uscire da situazioni di violenza è sempre maggiore: tuttavia ancora troppe donne vengono ammazzate perché manca una reazione collettiva e sentita a una cultura assassina, che riporta in auge pregiudizi e stereotipi antichissimi, legati alla virilità, all’onore, al ruolo di uomini e donne nella coppia e nella società.


Per sconfiggere la cultura patriarcale occorre una presa di posizione netta da parte di tutti i politici ed i personaggi pubblici, ed una collaborazione fortissima con la società civile: chiede infatti il Comitato CEDAW alle Istituzioni, tra le altre misure, di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile, e divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne”.

Nel 2008, nell’introduzione al mio libro scrivevo “Il mio obbiettivo è ricostruire la storia del percorso di rivendicazione dei diritti delle donne incentrato sul concetto di femminicidio, e farla conoscere in Italia: questo per evitare che si parli di femminicidio in maniera acritica, ignorandone la storia, facendone l’ennesimo slogan politico passeggero, vuoto di contenuti forti, veicolo della cultura dell’emergenza”.

L’obbiettivo resta da raggiungere, ma le voci per raggiungerlo si sono moltiplicate, e questo non può che essere un bene.

Si pone poi un altro obbiettivo, ancora più cogente: Che fare? Che fare per fermare i femminicidi? Che fare per proteggere le sopravvissute al femminicidio, e dare loro giustizia?

Le indicazioni provenienti dalle Nazioni Unite sono estremamente chiare (e invito tutti a leggerle), ed altre ne arriveranno a giugno dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, che è stata in visita a gennaio nel nostro Paese ed ha avuto modo di parlare direttamente con operatrici, forze dell’ordine, magistrati, donne sopravvissute al femminicidio, famigliari di donne uccise.

La Relatrice ufficiale ha concluso la sua visita in Italia affermando che “Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti ostacolano un'efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali".

Vale la pena elaborare un progetto comune a partire da queste indicazioni, per non svuotare le parole del loro significato e le azioni del loro scopo.
Per non parlare di femminicidio con troppo leggerezza. Per riempire di significato anche parole come “pari opportunità” che altrimenti suonano vuote e, dalla soppressione della figura di Ministra, suonano anche lontane nel tempo.
E allora torniamo a ribadire la necessità di azioni rivolte a garantire in concreto alle donne, in quanto donne, il godimento dei loro diritti fondamentali, primo tra tutti il diritto alla vita, ed a una vita libera da qualsiasi forma di violenza. In questo senso, le pari opportunità si costruiscono insieme, altrimenti la disinformazione annulla i benefici derivanti dalle politiche intraprese; così come i servizi, la professionalità offerta dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza, dal volontariato, vengono vanificati se non possono essere portati avanti nel tempo per il mancato finanziamento da parte delle Istituzioni. E’ un cane che si morde la coda.
In questi giorni di tagli, forse vale la pena ricordare proprio le parole della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo: "L'attuale situazione politica ed economica dell'Italia non puo' essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese".

Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui ed oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale, ed in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.
I diritti infatti vivono solo là dove vengono reclamati in quanto tali, altrimenti restano destinati al mero riconoscimento formale, sulla carta.
Così è stato in passato per la CEDAW, e per le raccomandazioni del Comitato all’Italia: se non fosse stato per il nostro diretto interessamento, neppure sarebbero state tradotte in italiano e pubblicate online.
E allora il nostro ruolo è fondamentale per far si' che la violenza contro le donne rimanga tra le priorita' dell'agenda nazionale.

Parlare di femminicidio e richiamare le linee guida internazionali in materia, e le raccomandazioni all’Italia, è utile per evitare che, ottenebrati dalla logica dell’emergenza, si guardi il dito che indica la luna, e si perda di vista la luna.

PUBBLICAZIONI CARTACEE

·B. Spinelli, “FEMMINICIDIO. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” , prefazione di Patrizia Romito, FrancoAngeli editore, 2008.

· B. Spinelli, “Femicide e feminicidio: nuove prospettive per una lettura gender oriented dei crimini contro donne e lesbiche” nella rivista criminologica “Questione criminale”, Carocci, novembre 2008.

· B. Spinelli "Persecuzione per motivi di genere e protezione internazionale: l’ostacolo della sudditanza nella giurisprudenza della Suprema Corte" in “Diritto immigrazione cittadinanza” Franco Angeli, n. 2/2009.

· “Maschi perché uccidete le donne? Il femminicidio non è un fatto privato, riguarda l’intera collettività”, in “Mia per sempre. Femminicidio e violenza sulle donne”, AA.VV. - A cura di G. Salvatore, Franco Angeli, 2011.

· “Il riconoscimento giuridico dei concetti di femmicidio e femminicidio”, in “Femicidio: dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere” Regione Emilia Romagna – Assessorato Promozione Politiche Sociali, A cura di C. Karadole e A. Pramstrahler, 2011.

· B. Spinelli et al., Piattaforma italiana “Lavori in corsa – 30 anni di CEDAW”, “Shadow Report submitted by the Italian platform “30 years CEDAW: work in progress” with reference to the 6th periodic report on the implementation of the CEDAW Convention submitted by the Italian Government in 2009”, published online: 
 “Rapporto Ombra presentato dalla Piattaforma italiana Lavori in corsa – 30 anni di CEDAW”, con riferimento al sesto rapporto periodico sull’implementazione della CEDAW presentato dal Governo italiano nel 2009”, pubblicato in italiano qui: http://www.scribd.com/doc/59537526/Rapporto-ombra-ITA

PUBBLICAZIONI ONLINE

· B. Spinelli,“Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di genere.” Dossier pubblicato in http://www.giuristidemocratici.it/post/20061005165857/post_html  (2006).

· B. Spinelli, Dossier sulla violenza di genere (1. Osservazioni preliminari sulla violenza di genere 2. Considerazioni a margine del ddl 2169 3. Proposte di emendamenti al ddl 2169 4. Traduzione in italiano delle raccomandazioni al governo italiano da parte del comitato per l'applicazione della CEDAW ) pubblicato su http://www.giuristidemocratici.it/post/20070627101134/post_html  (2007).

 B. Spinelli, Giuristi Democratici parte civile in un caso di femminicidio (2008) http://www.giuristidemocratici.it/post/20080319194017/post_html  

· B. Spinelli, Atti persecutori, un primo passo verso la prevenzione del femminicidio. Pubblicato su http://www.giuristidemocratici.it/post/20081122102323/post_html  (2009).

· B. Spinelli, Cedaw e violenza di genere: dal locale al globale. Intervento di Barbara Spinelli al convegno “Cedaw e violenza di genere in una prospettiva internazionale, esperienze a confronto”. Pubblicato su: www.pangea.org , http://gdcedaw.blogspot.com/2010/02/cedaw-e-violenza-di-genere-dal-locale.html  (2009)

· B. Spinelli “Un’analisi sulla violenza di genere in Italia alla luce delle Raccomandazioni del Comitato CEDAW”, negli atti del Convegno internazionale “Pari Opportunità e eguaglianza di genere: esperienze in Italia e in Turchia”.Attualmente leggibile online: http://femminicidio.blogspot.com/2010/07/il-femminicidio-e-una-violenza-dei.html  (2010)

· B. Spinelli “Stereotipi, pregiudizi, diritti e democrazia. Per una critica di genere del diritto e della politica”. Disponibile online su: http://www.scribd.com/doc/88932505/Per-Una-Critica-Di-Genere-Del-Diritto-e-Della-Politica  (2011)

· B. Spinelli, Il riconoscimento giuridico dei concetti di femmicidio e femminicidio, in AA.VV. “Femicidio: dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere” Regione Emilia Romagna – Assessorato Promozione Politiche Sociali, A cura di C. Karadole e A. Pramstrahler, 2011. http://www.scribd.com/doc/73304535/SPINELLI-BARBARA-il-riconoscimento-giuridico-dei-concetti-di-femmicidio-e-femminicidio  





giovedì 14 ottobre 2010

335 feminicidios en Chihuahua

Del 01 de enero de 2010 al 04 de octubre de 2010, Justicia para Nuestras Hijas, ha registrado un total de 335 muertes violentas de mujeres en el Estado de Chihuahua, estadísticas obtenidas a través de un seguimiento hemerográfico y de solicitudes de acceso a la información pública.
Convirtiéndose el mes de septiembre en el que mayor número de homicidios dolosos se llevaron a cabo contra mujeres, con un total de 50 casos en todo el estado.
Siendo Ciudad Juárez, el municipio en el cual se presentó el mayor número de asesinatos en el mes, con un total de 44 de los 50.

HOMICIDIOS DOLOSOS DE MUJERES EN EL ESTADO DE CHIHUAHUA

Mes
Feminicidios sólo en Cd. Juárez
Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Enero

16 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

25 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Febrero

9 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

29 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Marzo

28 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

37 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Abril

15 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

31 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Mayo

17 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

23 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua



Junio

29 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

49 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Julio

25 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

34 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Agosto

41 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

51 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Septiembre

44 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

50 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Octubre

5 Feminicidios sólo en Cd. Juárez

6 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua

TOTAL


229 Feminicidios sólo en Cd. Juárez


335 Feminicidios totales en el Estado de Chihuahua


Tabla realizada por Justicia para Nuestras Hijas A. C., con información obtenida de fuentes hemerográficas, archivo periodístico del Diario y solicitudes de acceso a la información.


Justicia para Nuestras Hijas, se solidariza con las familias de mujeres que han sido víctimas de feminicidio y, exige a las autoridades sancione a los responsables, para garantizar la justicia y combatir la impunidad.

Para mayor información sobre este artículo o sobre la organización, comunicarse a Justicia para Nuestras Hijas A. C:
Teléfono: 614 4 13 33 55
Dirección: Calle Libertad #1916-altos, C. P. 31 000 Col. Centro, Chihuahua, Chih.
Correo: info@justiciaparanuestrashijas.org
Página: http://www.justiciaparanuestrashijas.org/
Área de comunicación
Justicia para Nuestras Hijas A. C.
Tel y fax: 614 4 13 33 55
Chihuahua, México

venerdì 26 marzo 2010

Femminicidio: presentazione a Milano

Le donne dell’America Latina

Daniela Padoan, Bruna Peyrot e Barbara Spinelli raccontano il loro personalissimo dialogo con alcune delle donne latinoamericane da anni impegnate nella lotta per la democrazia e la legalità, in una serie di incontri organizzati dalla Cattedra di Culture Ispanofone II diretta dalla professoressa Emilia Perassi, che prende il via giovedì 25 marzo.
Una lezione di coraggio, oltre che di amore, che parte dalle ormai storiche Madri di Plaza de Mayo, che hanno contribuito a smascherare e sconfiggere la cultura della morte della dittatura argentina, per giungere all’impegno delle sindacaliste colombiane, in lotta contro la guerriglia e il narcotraffico, e a quello delle giuriste messicane alle prese con la lunga e sconfinata violenza che colpisce le donne, soprattutto nelle zone di frontiera con gli Stati Uniti, dove prosperano indisturbate le maquilladoras - fabbriche di trasformazione e assemblaggio a capitale straniero che sfruttano il lavoro a basso costo e le agevolazioni fiscali delle zone franche.
Gli incontri al Polo di Sesto, sono un’occasione per illustrare come le pratiche e i saperi femminili riescano a promuovere alternative e proposte utili a reagire a contesti di crisi, violenza e repressione in America Latina.
Gli appuntamenti in programma sono:
• Giovedì 25 marzo, ore 16.30 - aula T9
Con Daniela Padoan che presenta: Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Milano, Bompiani, 2005). Nel corso dell’evento sarà proiettato il documentario realizzato dall’autrice per Rai Tre.

• Mercoledì 31 marzo 2010, ore 16.30 - aula P4
Con Bruna Peyrot e il suo Mujeres. Donne colombiane tra politica espiritualità (Troina -En- Città Aperta, 2002)

• Venerdì 9 aprile, ore 12.30 - aula T8
Con Barbara Spinelli che introduce il suo: Femminicidio. Dalla denuncia sociale alriconoscimento giuridico internazionale (Milano, Franco Angeli, 2008)

L’indirizzo è : piazza Indro Montanelli 1, Sesto San Giovanni

Per informazioni
Emilia PerassiTel. 02 503 21769E-mail: emilia.perassi@unimi.it

martedì 16 febbraio 2010

Cedaw e violenza di genere: dal locale al globale

“Cedaw e violenza di genere in una prospettiva internazionale, esperienze a confronto”
Roma, 21 novembre 2009

CEDAW e Violenza di Genere: dal locale al globale
Intervento di Barbara Spinelli, Coordinatrice Gruppo Studi di Genere Giuristi Democratici

Buongiorno a tutte.
Come ha sostenuto Pierre Bourdieu, il dominio maschile sulle donne è la più antica e persistente forma di oppressione esistente al mondo.
Il Premio Nobel Amartya Sen, in riferimento alla condizione delle donne nel mondo, ha parlato di “hidden gendercide”, genericidio nascosto, per indicare come ancora oggi, in Italia e nel mondo, la prima causa di morte per le donne sia proprio l’uccisione da parte di un uomo, e come questo dato statistico sulle dimensioni della violenza di genere venga spesso occultato.
Nonostante la consapevolezza diffusa del fatto che la donna sia una Persona, e dunque, alla pari dell’uomo, portatrice di una sfera di dignità, di libertà, di integrità psico-fisica inviolabile, e nonostante tale principio sia stato giuridicamente codificato, assistiamo a palesi violazioni dei diritti umani delle donne in tutto il mondo, per il solo fatto di essere donne.

Noi Giuriste Democratiche, come molte altre femministe e studiose nel mondo, preferiamo parlare di “femminicidio”, per indicare la “matrice comune” di ogni forma di discriminazione e violenza di genere.
Riprendendo la teoria elaborata da Marcela Lagarde sulle orme di Diana Russell, riteniamo che sia le azioni poste in essere da singoli uomini di violenza fisica, psicologica, economica, sia le norme o le prassi che sanciscono o provocano come effetto discriminazioni sociali o nel godimento di diritti o nell’accesso ai beni per le donne, tutti questi atti, allo stesso modo, rappresentano forme diverse di esercizio di potere maschile sulla donna. Questi atti vengono posti in essere allo scopo che il comportamento della donna risponda alle aspettative dell’uomo e della società (patriarcale), che la vorrebbero riconosciuta esclusivamente in funzione del ruolo sociale che è chiamata a ricoprire in ragione del suo essere donna: il ruolo di madre, moglie, figlia, oggetto sessuale.
Queste forme di controllo sociale annientano l’identità privata e pubblica della donna, assoggettandola fisicamente o psicologicamente, economicamente, limitandone la sfera di autodeterminazione giuridicamente, politicamente, socialmente: in tal modo costituiscono il principale ostacolo alla autodeterminazione ed al godimento dei diritti fondamentali di più di metà della popolazione mondiale.
Questa visione onnicomprensiva della violenza di genere è ripresa anche dall’art. 1 della CEDAW, la Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, in cui si afferma che “l'espressione "discriminazione nei confronti della donna" concerne ogni distinzione esclusione o limitazione basata sul genere, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l'uomo e la donna”.
Per questo, è importantissimo essere qui oggi e fornire una lettura del fenomeno della violenza maschile sulle donne in Italia e nel mondo, delle discriminazioni di genere, declinandole come violazioni dei diritti umani.
Le donne di tutto il mondo negli ultimi due secoli hanno intrapreso con forza un percorso politico e giuridico volto all’affermazione che i diritti delle donne sono diritti umani.

Molto spesso tuttavia le attiviste che negli anni hanno lottato per i diritti delle donne, sono state viste come attiviste che lottavano per rivendicazioni “parziali” e non per il riconoscimento dei diritti fondamentali di più di metà della popolazione mondiale.
Là dove ancora oggi le donne sono oppresse e i diritti fondamentali vengono loro negati per legge, è possibile perché in quel luogo, ancora, come da sempre, la condizione delle donne viene ritenuta un fatto legato alla tradizione, alla cultura, alla religione, non un qualcosa che concerne i diritti fondamentali di esseri umani, che riguarda l’intera società. Dunque, ancora oggi in molti Paesi del mondo la discriminazione e l’esclusione delle donne dal godimento dei diritti fondamentali, essendo considerata un fattore legato alla tradizione, viene perpetrata anche dalle Istituzioni, attraverso la legislazione e l’amministrazione della giustizia, senza essere considerata una grave lesione dei diritti fondamentali della Persona, fonte di responsabilità e di obblighi precisi assunti attraverso la ratifica di Convenzioni internazionali.
Giustamente Simona prima faceva notare come, anche in termini lessicali, è stato davvero difficile passare dal riconoscimento dei diritti dell’uomo nell’ambito del diritto internazionale, al riconoscimento dei diritti umani, come anche inclusivi dei diritti delle donne.
Questo ragionamento vale sicuramente anche per la CEDAW, che originariamente nasceva come Dichiarazione, e soltanto nel 1979 veniva ufficialmente adottata come Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne. Il passaggio da “carta dei diritti” a Convenzione è stato fondamentale perché, potendo essere ratificata dagli Stati, la CEDAW ha fatto ingresso negli ordinamenti giuridici interni con valore di fonte giuridica primaria, produttiva di obblighi giuridici e vincoli istituzionali per gli stati. Non più soltanto un impegno politico degli Stati per il riconoscimento dei diritti umani alle donne, ma un’obbligazione internazionale.
Qualora uno Stato adotti senza riserve la Convenzione ed il Protocollo Opzionale, esso si obbliga non solo nel creare le condizioni (abrogando norme discriminatorie o prevedendo leggi ad hoc là dove manchino) per il riconoscimento giuridico dei diritti fondamentali (diritto al voto, alla proprietà terriera, i pari diritti nel matrimonio, il diritto all’accesso all’educazione alle donne, ecc.) ma anche si impegna al fine di rendere effettivo per le donne il godimento di questi diritti.
Nel nostro ordinamento la CEDAW è stata ratificata con la legge n. 132 del 14 marzo 1985 ed è entrata in vigore dal 10 luglio 1985. Ha valore di fonte costituzionale, ed i principi affermati nella Convenzione fungono come parametri interposti nel giudizio di legittimità costituzionale sulle norme interne.
Poiché l’Italia ha aderito senza riserve anche al Protocollo opzionale, la Convenzione per noi rappresenta anche un importante strumento di monitoraggio dell’impegno dello Stato nella promozione di azioni positive di contrasto alla discriminazione di genere e per favorire la realizzazione del diritto di ogni donna e bambina ad una vita libera da ogni forma di violenza.
Come giustamente osservava Titti Carrrano nel suo intervento, noi in Italia abbiamo una legislazione che formalmente garantisce alle donne le cosiddette “pari opportunità”, i diritti fondamentali, siamo dunque soggetti di diritto. Non è una cosa scontata.
Tuttavia in Italia, come in molti altri Paesi sviluppati, nonostante i principi della CEDAW siano stati declinati in una normativa interna “di pari opportunità”, di fatto la donna viene ancora discriminata ed è soggetta a violenza quotidiana

Qui come altrove i diritti fondamentali delle donne a livello normativo sono riconosciuti, quello che manca è una concreta attuazione del quadro normativo esistente, e lo stanziamento di fondi adeguati, che garantiscano alle donne il concreto godimento dei loro diritti. Una realizzazione di pari possibilità di autodeterminazione nel pubblico e nel privato che è ostacolata di fatto dal persistere diffuso di una cultura patriarcale, ancora egemonica.
Ed è proprio questo che a ci unisce qui, donne provenienti da molte parti del mondo, e diventa il perno centrale della campagna.
E’ per questo che anche noi come attiviste italiane abbiamo scelto con forza di ricordare questo appuntamento, i trent’anni dall’adozione della CEDAW, con una campagna di sensibilizzazione, perché oggi il tema cruciale nella battaglia contro la discriminazione di genere è proprio insistere per l’eliminazione di quegli ostacoli “materiali” che impediscono alle donne il godimento in concreto dei diritti fondamentali che pure vengono loro riconosciuti.
Ad oggi, la donna è di fatto discriminata: fatica ad accedere alle cariche pubbliche, è colei che -ci dicono le statistiche- subisce maggiormente la crisi, ha una posizione maggiormente precaria per quanto concerne il lavoro, viene retribuita con un salario minore a parità di mansioni, viene rappresentata come oggetto sessuale, è oggetto di avances indesiderate dai suoi superiori, resta la responsabile in via principale del lavoro domestico e della crescita dei figli.
Ancora oggi le norme in materia di pari opportunità, anche nei paesi europei, spesso non sono pensate avendo come obbiettivo la promozione dei diritti della donna, la creazione di strumenti per consentire alla donna di uscire da situazioni di violenza, di discriminazione sociale, economica, politica etc. ma sono pensate piuttosto al fine di tutelare la donna come “soggetto debole”. Molto spesso di fatto le norme di contrasto alle discriminazioni ed alla violenza di genere divengono uno strumento di consenso politico, e di fatto, tacciandosi per politiche “di genere”, strumentalizzano la donna e le dimensione del femminicidio per aumentare il controllo sociale e la repressione dell’immigrazione clandestina, sulla base del falso pregiudizio –smentito da tutte le statistiche- che la maggior parte delle violenze sia posta in essere per strada da stranieri. Senza avere il tempo di spiegare analiticamente la ratio e i contenuti della norma, mi limito a richiamare in tal senso le modalità di normazione adottate nel nostro paese in materia di violenza sessuale ed i contenuti dei recenti pacchetti sicurezza.
E’ chiaro che è in atto una forte strumentalizzazione di quello che è il problema della violenza sulla donna. La rappresentazione falsata e stereotipata della realtà, è possibile perché in Italia non vengono stanziati fondi sufficienti per elaborare statistiche e finanziare osservatori permanenti. Dalle poche statistiche che abbiamo però sappiamo che in Italia soltanto l’11% delle uccisioni di donne viene commesso da sconosciuti al di fuori delle mura domestiche, e soltanto il 7 % degli stupri viene fatto su strada. (Nel 2008, il 54% dei femminicidi è stato commesso dal partner o ex partner, il 21% da altro parente, il 14% da altra persona conosciuta, l’11% da sconosciuti). Il che significa che su 10 omicidi di donne, 7 sono femminicidi commessi per mano di partner, ex, o famigliare della vittima. I dati per gli stupri sono analoghi.
La violenza maschile sulle donne avviene tra le mura domestiche e nell’ambito delle relazioni coniugali perché in Italia come in altri paesi europei, nonostante l’evoluzione normativa, è ancora forte l’idea che la donna debba essere legata al ruolo di madre e di moglie, di cura della famiglia oppure valga solo in quanto oggetto sessuale, ancora si parla di donne per bene e donne per male. Nel momento in cui la donna sceglie invece di autodeterminarsi e di allontanarsi da situazioni di denigrazione, di controllo, aumenta la violenza fisica, inizia lo stalking. Nel momento in cui nasce un conflitto della coppia questo conflitto si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, che arriva fino all’uccisione della donna.
Per questo il problema, come giustamente notava Titti Carrano, è un problema di carattere culturale: il problema è ancora l’eliminazione di una mentalità patriarcale che vuole la donna ancora legata ai ruoli tradizionali, sia nel quotidiano privato che nell’immaginario erotico di corpo disponibile.
Questo immaginario sessista attraversa tutte le culture: è universale la volontà di controllo della donna come “risorsa creativa”, come “fattrice”, e dunque come perno della famiglia e della società stessa. Fino a quando, in nome della religione o in nome del bene superiore della collettività, gli Stati sacrificheranno la libertà e l’autodeterminazione della donna alla tutela della “morale” e della “famiglia”, alla protezione della donna in funzione del suo ruolo sociale di madre e moglie, i diritti fondamentali delle donne continueranno ad essere calpestati.

Gli stereotipi di genere sono ad oggi ancora radicatissimi e manca una volontà politica di agire, sia in senso giuridico che culturale, per eliminarli.
Dove vi è una connivenza istituzionale al machismo, alla misoginia, a patriarcato, vi è una
responsabilità di Stato. In Messico, il femminicidio è un crimine di Stato. Lo ha stabilito la CIDH in una recente sentenza sollecitata proprio dalle ONG a tutela dei diritti umani e dalle madri delle vittime di Ciudad Juarez.
Ma non solo, l’elenco degli “stati canaglia” che opprimono le donne sarebbe lungo.

Per questo, è necessario valorizzare la CEDAW come lente di analisi che evidenzi dove ancora si annida di fatto la discriminazione, per quanto riguarda gli aspetti presi in considerazione in tutti gli articoli.
La Convenzione è un importantissimo strumento politico per richiamare il Governo ad una corretta gestione delle risorse riservate alle politiche di pari opportunità, e per verificare che gli obbiettivi delle politiche e della normazione in materia di pari opportunità rispondano alle linee guida indicate periodicamente dal Comitato per l’applicazione della CEDAW.
Gli Stati che hanno ratificato la CEDAW e le altre carte regionali, si sono assunti un obbligo ben preciso: adoperarsi affinché le donne abbiano cittadinanza, ovvero affinché possano in concreto godere dei loro diritti fondamentali. Il che implica per lo Stato l’obbligo di attivarsi per rimuovere le situazioni discriminatorie non solo attraverso modifiche normative ma anche e soprattutto promuovendo un cambiamento culturale, riconoscendo che la libertà di scelta della donna, la sua integrità psico-fisica, sono valori assoluti, che vanno riconosciuti senza compromessi.

La nostra responsabilità, in quanto donne e in quanto attiviste, è grandissima: ognuna di noi è chiamata sul proprio territorio a reclamare che il silenzio e l’inattività degli Stati di fronte alle discriminazioni e violenze di genere che si consumano nei propri confini è una violazione dei diritti umani, che lede non solo le donne ma l’umanità tutta, perché ostacola lo sviluppo della democrazia e produce disuguaglianza e perdita di opportunità.

In Italia noi come Giuriste Democratiche abbiamo richiamato i principi della CEDAW in varie occasioni: nel proporre emendamenti al progetto di legge organica Bindi Mastella Pollastrini, nell’evidenziare le criticità del disegno di legge in materia di atti persecutori, nel censurare l’irruzione delle forze dell’ordine nel Policlinico di Napoli e l’accusa di feticidio nei confronti di una donna che regolarmente stava praticando l’IVG.
Abbiamo perfino proposto una interrogazione parlamentare a risposta scritta (On. Deiana, Dioguardi, De Simone, n. 4-02065 del 2006) per chiedere perché le Raccomandazione provenienti dal Comitato per l’applicazione della CEDAW non fossero state né tradotte, né diffuse, né poste alla base dei lavori parlamentari in materia. Ovviamente, ad oggi non abbiamo avuto risposta.
Più recentemente, abbiamo richiamato i principi del Comitato e le Raccomandazioni del Comitato per l’applicazione della CEDAW per chiedere la rimozione di una infausta e sessista pubblicità che era stata utilizzata dai poli romagnoli dell’Università di Bologna per promuovere le immatricolazioni. Questa pubblicità rappresentava quattro ragazze su sfondo bianco, che rappresentavano le quattro sedi romagnole dell’Università di Bologna, vestite da power ranger, da fantastiche quattro con delle tutine attillate, bianche, trasparenti, da super eroina, con il nome della città in bella vista all’altezza del seno, ovviamente sorretto da wonderbra. Lo slogan era: Le Fantastiche 4 - Cesena, Forlì, Ravenna, Rimini - Il massimo per i tuoi studi universitari. Quindi un’immagine molto sessualizzata, erotica, che richiamava al fatto che la riviera romagnola è internazionalmente conosciuta come luogo di divertimento e dunque andare all’università lì avrebbe concesso ai giovani immatricolandi di godere di quelle bellezze, “il massimo”, secondo chi ha ideato la campagna evidentemente, che un ragazzo fuorisede si aspetta nella sua esperienza universitaria. Aldilà dell’interpretazione che se ne voglia dare, è evidente che la pubblicità delle “Fantastiche4” è lesiva della dignità della donna e discriminatoria, in quanto veicola stereotipi di genere. Noi nel chiedere la rimozione dei manifesti e il ritiro della campagna pubblicitaria, divenuta poi caso nazionale, abbiamo richiamato all’attenzione delle istituzioni e delle Università proprio il fatto che questa pubblicità era discriminatoria in quanto contrastava con i principi sanciti dalla CEDAW e ribaditi dalle raccomandazioni all’Italia del 2005, oltre che con la Carta europea per le pari opportunità nelle vita locale, Carta a cui il Comune di Ravenna aveva aderito.
Questi erano semplicemente esempi di come anche in Italia sia possibile attivarsi chiedendo il rispetto e l’attuazione dei principi sanciti dalla CEDAW non solo da parte delle Istituzioni ma anche da parte degli enti pubblici, degli enti locali, dei privati.

La CEDAW vive nel momento in cui ognuna di noi riconosce nel fatto che le accade, o che accade nella propria comunità, la concreta lesione di uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione, e, riconosciutolo, lo denunci in quanto tale, sia politicamente sia anche utilizzando le procedure specifiche previste dalla Convenzione.
Mettersi in rete, invocando ognuna nei propri Paesi il rispetto e l’attuazione dei principi sanciti dalla CEDAW, significa essere unite nella lotta alle discriminazioni e violenze di genere, concretamente, per costruire una società migliore, libera da ogni forma di oppressione.



mercoledì 19 novembre 2008

Femminicidio in Messico: continuano le minacce alle attiviste.

Messico: attiviste dei diritti umani in serio pericolo
Amnesty International lancia un'azione urgente per Marisela Ortíz Rivera e María Luisa García AndradeAmnesty International chiede con urgenza alle autorità messicane protezione per le attiviste dei diritti umani Marisela Ortíz Rivera e María Luisa García Andrade dell'associazione "Nuestas Hijas de regreso a Casa" che da anni si batte per chiedere giustizia riguardo i femminicidi di Ciudad Juarez. Le attiviste e le loro famiglie sono state minacciate di morte poche settimane fa dopo l'uscita del documentario "Bajo Juárez: la città che divora le sue figlie" in cui insieme ad altri familiari di vittime denunciano l'impunità degli assassini di donne a Ciudad Juarez.Amnesty International esprime forte preoccupazione per le attiviste di Nhrc, che già in passato sono state minacciate, l'ultimo episodio nel maggio 2008.Da allora, nonostante la pressione di Ong a carattere locale e internazionale presso le autorità messicane, non ci sono stati progressi nelle indagini per individuare i responsabili delle minacce. Inoltre María Luisa García Andrade e Marisela Ortíz Rivera hanno ricevuto scarsa protezione dalle autorità, nonostante la Commissione inter-americana per i diritti umani abbia ordinato al governo messicano di fornire loro adeguata protezione.
Firma subito anche tu l'appello per chiedere sicurezza per le attiviste dei diritti umani di Ciudad Juarez:
oppure link su www.amnesty.it

martedì 26 agosto 2008

Il femminicidio sullo schermo e nella realtà

Il «femminicidio» sullo schermo e nella realtà
Geraldina Colotti
pubblicato su Il Manifesto, 9 marzo 2007

Carmen, Rosa, Claudia..., nomi di donna su un gruppo di croci dipinte di rosa e piantate nel deserto al confine tra Stati uniti e Messico. Sono le vittime degli omicidi avvenuti nel corso di 14 anni nella cittadina messicana di Ciudad Juárez: oltre 400, secondo le cifre di Amnesty international, che ha dedicato loro l'iniziativa di ieri a Roma alla Casa del cinema. E altre 12 vittime solo dall'inizio del 2007. In programma, il documentario di Elisabetta Andreoli e David Goldsmith, El soldato, el policia, el juez, e alcune immagini del film Bordertown di Gregory Nava, che l'organizzazione per i diritti umani ha deciso di patrocinare. Il film sarà nelle sale il 23 marzo, distribuito dalla casa editrice Medusa, che medita di accludere al film anche il documentario. E mentre scorrono le immagini di Bordertown, un thriller che scava in quello che ormai viene definito il femminicidio di Ciudad Juárez, piange Julia Ester Cano, madre di una ragazza sequestrata e uccisa nel '95. La donna, che interviene a nome dell'associazione di famigliari delle vittime «Rivogliamo le nostre figlie a casa», denuncia il clima di omertà, omissioni e intimidazioni che ha circondato quegli omicidi: «Nel caso di mia figlia - dirà poi - il colpevole era legato al narcotraffico, ma le altre vittime sono state uccise da poliziotti o da persone potenti del posto. Adesso, le autorità assicurano che cambieranno le cose, ma finora continuiamo a subire minacce e non abbiamo visto risultati». Come denunciano da tempo numerose organizzazioni per i diritti umani, spesso si sono costruiti falsi colpevoli, manomesse le prove, coperte le responsabilità di colpevoli eccellenti. Ma perché sono state uccise tutte quelle donne? «Gli omicidi - dice la documentarista Andreoli - trovano spiegazione in una serie di fragilità». Le ragazze, tutte fra i 13 anni e i 26, erano per la maggior parte lavoratrici delle maquillas, le fabbriche delocalizzate a sfruttamento intensivo che impiegano a bassissimo costo manodopera di immigrazione interna, in prevalenza femminile: ragazze sole e senza appoggio, approdate in una città di confine, «in un tessuto urbano precario». Spesso, sono state aggredite e sequestrate tornando a casa dal lavoro, di notte. «Ora - dice ancora Julia Cano - le operaie hanno organizzato un trasporto autonomo, ma vogliamo che le autorità ci proteggano, che le nostre figlie possano girare tranquille». Di far pagare alla fabbrica il costo del trasporto, neanche a parlarne. Chi ha provato a organizzare un sindacato, nelle maquillas, ha rischiato la vita ed è stato cacciato.Il documentario di Andreoli e Goldsmith mostra l'esodo forzato dei contadini poveri e degli indios espropriati delle loro terre verso quelle zone di frontiera. «L'esercito - afferma un generale democratico intervistato - in Messico ha troppo potere». I militari irrompono, devastano, stuprano. L'appello di Amnesty riguarda anche due indie Tlapaneca, stuprate nello stato di Guerrero da militari messicani che non hanno mai pagato per quel delitto. E il film di Nava mette sotto accusa l'Alca, l'accordo di libero commercio delle Americhe fra Messico e Stati uniti, che - privatizzando beni e servizi - si appropria dei territori ricchi di risorse e obbliga gli abitanti originari a cercare lavoro altrove. Ma, in Messico come fra le pareti domestiche di tutto il mondo, la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è come l'uomo o la società vorrebbero che fosse: «il femminicidio - ha scritto Barbara Spinelli dei Giuristi democratici - è un fatto sociale». Una tesi in parte assunta anche da Amnesty international, che sollecita «misure concrete per porre fine al più grande scandalo dei diritti umani dei nostri tempi: la violenza sulle donne».

lunedì 2 giugno 2008

BORDERTOWN: se J-Lo denuncia il femminicidio....

Conosco la “battaglia dei numeri” delle morte di Juarez.
E’ da un anno che cerco i fili di una trama complicata, precisamente dal gennaio di un anno fa, quando fui chiamata con altre compagne dei Giuristi Democratici dalle Donne in Nero, perché “c’era un’avvocata che voleva denunciare gravi violazioni dei diritti umani e chiedeva il nostro aiuto”.
Fu “Lucha” Castro a rivelarci per la prima volta delle “morte di Juarez”, del confine tra Messico e Stati Uniti: donne stuprate ed uccise, scomparse, i corpi ritrovati nel deserto, o meglio i resti, i pochi testimoni fatti fuori, gli avvocati difensori accidentalmente investiti in incidenti stradali ai limiti della credibilità anche per i nostri ausiliari del traffico, ovviamente archiviati. E la polizia che le dava per scomparse, per poco di buono che se l’erano cercata. E la tragedia delle madri.
Ma io come facevo a non saperlo, un dramma così atroce, di dimensioni così significative, un’ingiustizia così palese, un massacro agito impunemente alla luce del sole, ignorato dal mondo? “Non è pubblicizzato qui”, mi diceva l’avvocata, “abbiamo bisogno di appoggio per lottare”…Ma noi volevamo farla passare questa informazione: ci siamo informate, abbiamo cercato i dati, abbiamo invitato in Italia la procuratrice speciale per il femminicidio dello stato di Chihuahua, una ricercatrice, un professore, per capire meglio notizie appena sussurrate o follemente ingigantite, per individuare un metodo per poter supportare nella loro lotta le donne di Juarez.
Lo scenario che ci si è parato davanti a seguito di queste ricerche assume dell’incredibile a volerlo raccontare: Juarez, città di frontiera, è una goccia nell’oceano. Gli omicidi di donne di Juarez sono inferiori rispetto ad altre regioni messicane, ed ancora di molto inferiori a quelli del Guatemala o del Perù, solo per fare degli esempi. Ma Juarez, proprio per la sua posizione peculiare, è stata assunta a paradigma dell’inferno, la città maledetta conosciuta dal mondo per i suoi femminicidi.
Già, noi Giuristi Democratici parliamo di femminicidi, così li definisce Marcela Lagarde, “violenze contro la donna in quanto donna”, è un ritornello che mi ripeto da mesi, difficile da assaporare nella sua profondità a primo impatto, chiaro se si considera il contesto in cui tali violenze vengono agite: cultura fortemente machista, sfruttamento ai limiti dell’umano della manodopera femminile nelle maquilas, senza diritti, donne spesso sole, giovani indigene, il narcotraffico, il deserto che nasconde, la compiacenza delle forze dell’ordine, l’impunità assicurata da leggi e procedure fortemente discriminatorie verso le donne… chiaro che conviene ucciderle dopo averle usate - poco importa se usate come corriere di droga, per snuff movies, o per soddisfare una voglia sessuale- se le si uccide meno problemi, non parlano...
Un crimine di Stato, così ha definito il femminicidio in Messico lo Special Rapporteur dell’ONU, per le gravi omissioni, per l’incapacità –o meglio, la non volontà- di incidere in maniera significativa su un contesto fortemente misogino, e di conseguenza altamente criminogeno nei confronti delle donne.
I diritti umani violati, a dirlo così in uno scenario di guerra globale, paiono una cosa normale, quotidiana. Ma quante donne nel mondo vengono uccise per il proprio sesso, perché non sono quello che la società vorrebbe che fossero, perché reclamano i propri diritti? Troppe.
Ce lo dicono le statistiche, ce lo conferma l’indifferenza con la quale per anni abbiamo osservato la Cina consentire l’aborto selettivo a fronte di una legge che consentiva di avere un solo figlio per famiglia, ce lo conferma l’indifferenza verso il numero impressionante di donne indiane ogni anno acidificate per la dote o vittime di sospetti incidenti domestici, ce lo conferma la facilità con cui ci dimentichiamo delle donne africane stuprate in zone di conflitti etnici, di quelle vergini infettate di AIDS perché si crede che così l’uomo guarisca, ce lo conferma il silenzio a fronte dei continui attacchi in tutto il mondo da parte di tutti i poteri, istituzionali e religiosi, all’autodeterminazione della donna.
Questo ed altro abbiamo gridato con disperazione nel dossier “Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio”, per far sapere, per scuotere gli animi, per aprire un dibattito critico, per individuare il nemico comune. Italiane, messicane o cinesi che siano le vittime, il sistema che le uccide è sempre lo stesso,ovvero quella sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, perpetrata e riprodotta dalle istituzioni sociali (religione, diritto, sistema educativo, media) che fonda e assicura la subordinazione delle donne nelle relazioni di potere familiari, economiche, sociali in generale, che ne controlla lo svolgimento della funzione procreativa, che le rende moralmente, socialmente, eticamente, culturalmente uccidibili, discriminabili, controllabili.
Femminicidio, una parola nuova ma con una storia che non possiamo ignorare, una storia intrisa di sangue, una lotta di donne, le donne messicane che hanno gridato al mondo il loro dolore, la loro impotenza e il loro abbandono da parte delle istituzioni locali e nazionali, che hanno fatto luce su di un crimine impunito assecondato dalla compiacenza di governo, forze dell’ordine, potere giudiziario, che hanno chiesto giustizia ai principali organi internazionali di tutela dei diritti umani, che hanno scoperto una pentola piena di patate bollenti denunciando al mondo la situazione drammatica di negazione dei diritti delle donne in Messico.
Questo noi abbiamo cercato di documentare, non solo per il Messico, perché è una situazione che in maniera analoga tocca altri paesi non solo dell’America Latina ma del mondo intero.
Però, come sottolinea Riccardo Noury di Amnesty International -credo con una nota di malinconia- “un film hollywoodiano si rivolge a una platea sicuramente più ampia di quella che seguirebbe una nostra conferenza sul femminicidio in Messico” . A quanto pare, in quest’epoca globalizzata di conflitti virtuali all’ordine del giorno, anche i massacri di donne, per “passare”, necessitano di un’eroina testimonial.
Allora forza a vedere Bordertown, ma non come se fosse un film, perché purtroppo, J.Lo a parte, è uno spaccato di realtà messicana. E ricordiamoci di tutte quelle donne che silenziosamente muoiono in altre zone del mondo, discriminate e dimenticate, perché lì Hollywood non è ancora arrivato.

Per saperne di più sul femminicidio nel mondo, e sul femminicidio in Messico:

http://www.giuristidemocratici.it/what?news_id=20060831121742

sabato 24 maggio 2008

FEMMINICIDIO


Barbara Spinelli


FEMMINICIDIO.
Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale
FrancoAngeli


Perché un libro sul femminicidio? Per raccontare le origini e la storia di questo recentissimo neologismo, ormai sempre più diffuso anche nel nostro paese con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico.
L’autrice documenta la nascita del termine femminicidio, antecedente a tali fatti, e spiega come esso sia stato adottato dalle donne centroamericane per veder riconosciuti e rispettati i propri diritti umani, in particolare quello ad
una vita libera da qualsiasi forma di violenza. Femminicidio è la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna “in quanto donna”, perché non rispetta il ruolo sociale impostole. L’autrice illustra, inoltre, le tesi elaborate in Centroamerica sulle cause del femminicidio ed espone i meccanismi di indagine e di denuncia, i dati risultanti dalle ricerche locali, le politiche sviluppate sulla loro base, la conseguente richiesta
di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e come crimine contro l’umanità.
Nel volume si mette in luce l’alleanza tra donne e Ong a tutela dei diritti umani per inchiodare lo stato messicano alle sue responsabilità per i massacri di donne a Ciudad Juarez. Ora, grazie alla copertura mediatica del caso messicano, il femminicidio non rappresenta più solo una specificità centroamericana, ma ha assunto una valenza generale, uscendo dall’ambito importante, ma ristretto, della descrizione di un fenomeno locale per costruirsi come concetto giuridico, di rilevanza interna e internazionale. Il percorso di riconoscimento del femminicidio come crimine contro l’umanità, ora preso in considerazione anche a livello europeo, ha una valenza universale: consente di individuare il filo rosso che segna, a livello globale, la matrice comune di ogni forma di discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della dignità delle stesse come persone. Non rispettare i diritti delle
donne lede l’umanità tutta: tale affermazione pone le basi per la costruzione di relazioni sociali diverse, incentrate sulla Persona in quanto tale e sul rispetto reciproco a prescindere da ogni forma di diversità, sia essa sessuale, etnica, giuridica o ideologica.



Barbara Spinelli, praticante avvocato, collabora con i Giuristi Democratici a livello nazionale ed internazionale e con la Rete Femminista. Le sue ricerche riguardano soprattutto le politiche di contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere e il femminicidio nel mondo. Oltre a numerosi articoli per quotidiani e testate specialistiche, sul tema ha redatto per i Giuristi Democratici il dossier “Violenza sulle donne: parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di genere”.